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giovedì 15 gennaio 2009
domenica 16 dicembre 2007
La gioia nel poco
Oggi sono felicissimo di avere un ospite sul mio blog, si tratta di Andrea. Restiamo in attesa di un suo spazio sul web, ormai da tanto!
Eugenio
Ho chiesto ad Eugenio di ospitarmi nel suo blog. Lo ringrazio davvero tanto e spero presto di essere in grado di far funzionare un blog!
La gioia nel poco.
Svegliarsi Domenica mattina, guardarsi intorno e scoprire che la neve ha baciato anche Cosenza.
Descrivere le mie sensazioni oggi, è difficile! Un misto di gioia, malinconia, felicità!
La gioia è dovuta al fatto che la neve di per sé ci fa tornare bambini. E’ la gioia dei semplici, dei puri, di coloro che sanno gioire con poco (chiamalo poco)! Un evento meteorologico, un evento naturale che per milioni di anni si è manifestato al mondo ed agli uomini. Però ogni volta che accade, è un evento! Oggi poi la gioia si è unita alla gioia della Domenica, della festa Pasquale! I miei occhi, sin dal primo mattino, non hanno fatto altro che guardare sempre in direzione della Chiesa. La messa oggi è stata vissuta nella semplicità e nella spontaneità: i canti trovati al momento, Don Michele che ci aspetta sull’uscio della Chiesa, i ragazzi ‘mpusi che entrano in Chiesa, Luca che suona l’organo con la salopette che faceva molto fine anni ’80. La Chiesa, la Casa nostra….
….e qui inizia la malinconia! Malinconia perché la neve non può non riportarmi con la mente e col cuore alle Dolomiti ed a Comelico. A quella che è stata l’esperienza che mi ha cambiato la vita. Quelle giornata di neve e quell’odore di resina e legna nella stufa; quella Chiesa accanto casa mia dove le vecchine si recavano a Messa anche con -10 gradi! Oggi ho voluto indossare di nuovo la calzamaglia che usavo nei giorni più freddi sui monti. L’ho tenuta tutto il giorno, lasciandomi accarezzare la pelle, lasciandomi assalire dolcemente dal ricordo! Il ricordo delle camminate nella neve per andare a scuola, i miei lunghi tragitti lavorativi silenziosi e riflessivi, Eugenio che mi chiamava ogni volta che avevo il rientro e col fiatone ritornavo a lavoro. Le mie fermate davanti la Chiesa a salutare don Attilio e Adriano all’uscita da scuola. Pietro Terranova quasi un fratello-collega maggiore . Era da un po’ che non pensavo a loro, e proprio oggi ho pensato che a loro devo davvero tanto! Non solo a loro ma in primis ai ragazzi….
….ragazzi! A Cosenza i ragazzi hanno un solo nome: Giovanissimi! Abbiamo giocato e scherzato nella neve. Ci siamo rotolati, ci siamo abbracciati, ci siamo ‘mpusi! A loro devo mille e più grazie! Ci sono, sono lì con la loro spensieratezza e la loro voglia di esserci! Sono parte della mia famiglia, sono i miei fratelli più piccoli, coloro i quali sono cresciuti con me ed io con loro. Coloro i quali per anni hanno scandito i miei minuti e le mie ore. Oggi che non sono più loro responsabile, oggi che i miei impegni associativi non sono più ufficiali, la mia gioia è grande! E’ la gioia della corresponsabilità, la gioia di chi sta in una Famiglia e che offre quello che ha!
In questo periodo il mio cammino di Cristiano procede con la voglia rinnovata di ricercare, di scoprire, di lasciarsi sorprendere! Nel cammino incontro mille volti e mille volti ancora voglio incontrare!
Grazie Signore, grazie infinite volte!
Andrea
giovedì 6 dicembre 2007
una canzone per te...

Bella,
che ci importa del mondo?
verremo perdonati te lo dico io
da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro.
Ti sembra tutto visto tutto già fatto
tutto quell'avvenire già avvenuto
scritto, corretto e interpretato
da altri meglio che da te.
Bella,
non ho mica vent'anni
ne ho molti di meno
e questo vuol dire (capirai)
responsabilità
perciò…
Volami addosso se questo è un valzer
volami addosso qualunque cosa sia
abbraccia la mia giacca sotto il glicine
e fammi correre
inciampa piuttosto che tacere
e domanda piuttosto che aspettare.
Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te.
Mi vedi pulito pettinato
ho proprio l'aria di un campo rifiorito
e tu sei il genio scaltro della bellezza
che il tempo non sfiora
ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi
sul ciglio del prato di cicale
con l'orchestra che suona fili d'erba
e fisarmoniche
(ti dico).
Bella,
che ci importa del mondo.
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.
(Ivano Fossati, Il Bacio sulla bocca, 2003)
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sabato 14 luglio 2007
perfetta letizia
Oggi riporto questo pezzo splendido della tradizione francescana. Spero che da ogni insuccesso possa aprirsi il varco della Novità. Intanto da parte mia, tutto registro e metto insieme...almeno ci provo.
Buona lettura
Buona lettura
Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione avvegnadiochè li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”. E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e dè pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia. E santo Francesco sì gli rispose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto ed afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” E noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: “Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via” e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gottate dicendo: “Partitevi quinci, ladroncelli vivissimi, andate allo spedale, chè qui non mangerete voi né albergherete” se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: “Costoro sono gaglioffi, importuni, io li pagherò bene come sono degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo Benedetto le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? E se tu lo hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Fioretti di San Francesco n° 1836 - 4292
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giovedì 5 luglio 2007
il contrario di uno
Era venuta per lasciarmi e invece s'era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell'amore accadono per caso, si capiscono dopo.
Erri De Luca, Il contrario di uno, pagina quarantaquattro
Erri De Luca, Il contrario di uno, pagina quarantaquattro
martedì 6 febbraio 2007
Caro sciacallo...
Ho perso le parole, così prendo in prestito quelle di un'altra persona (uno che sa scrivere!) per rivolgermi a tutti gli idioti che in giro per l'Italia (e sui messaggi personali di Messenger) vanno esultando per la morte di un uomo, considerandola una vittoria. Ho saputo inoltre che c'è qualche sciacallo anche tra gli aderenti alla mia associazione, me ne vergogno e per loro dichiaro il fallimento della nostra proposta educativa.
Caro piccolo sciacallo che, sopra un muro di Livorno, hai inneggiato alla morte dello "sbirro" Filippo Raciti: ma come fai a non sapere che lo sbirro sei tu? Raciti era un lavoratore di 38 anni, che per uno stipendio da operaio andava a farsi sputare addosso da quelli come te. Soldatacci, sbirraglia da curva, branco armato che per provare il brivido di essere qualcuno trasforma la miserabile identità di "tifoso" in valor militare. Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui, tu e tutte le cosche mafiose che, in tutti gli stadi italiani, presidiano il territorio della domenica (rubandolo agli altri) per dimenticare di essere uno zero tutti gli altri giorni. Credi di essere "di sinistra", magari "rivoluzionario", ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme della sedicente "cultura ultrà": onore, gloria, vittoria, cascami di un linguaggio di guerra che ormai fa ridere anche nelle caserme, dove i tuoi coetanei la pelle la rischiano davvero. Magari avrai vent'anni, ma sei un vecchio. Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle. Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto. Vuoto quanto basta per diventare sbirro.
Michele Serra - L'Amaca - la Repubblica del 4 Febbraio 2007
Caro piccolo sciacallo che, sopra un muro di Livorno, hai inneggiato alla morte dello "sbirro" Filippo Raciti: ma come fai a non sapere che lo sbirro sei tu? Raciti era un lavoratore di 38 anni, che per uno stipendio da operaio andava a farsi sputare addosso da quelli come te. Soldatacci, sbirraglia da curva, branco armato che per provare il brivido di essere qualcuno trasforma la miserabile identità di "tifoso" in valor militare. Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui, tu e tutte le cosche mafiose che, in tutti gli stadi italiani, presidiano il territorio della domenica (rubandolo agli altri) per dimenticare di essere uno zero tutti gli altri giorni. Credi di essere "di sinistra", magari "rivoluzionario", ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme della sedicente "cultura ultrà": onore, gloria, vittoria, cascami di un linguaggio di guerra che ormai fa ridere anche nelle caserme, dove i tuoi coetanei la pelle la rischiano davvero. Magari avrai vent'anni, ma sei un vecchio. Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle. Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto. Vuoto quanto basta per diventare sbirro.
Michele Serra - L'Amaca - la Repubblica del 4 Febbraio 2007
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