Bella, che ci importa del mondo? verremo perdonati te lo dico io da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro.
Ti sembra tutto visto tutto già fatto tutto quell'avvenire già avvenuto scritto, corretto e interpretato da altri meglio che da te.
Bella, non ho mica vent'anni ne ho molti di meno e questo vuol dire (capirai) responsabilità perciò…
Volami addosso se questo è un valzer volami addosso qualunque cosa sia abbraccia la mia giacca sotto il glicine e fammi correre inciampa piuttosto che tacere e domanda piuttosto che aspettare.
Stancami e parlami abbracciami guarda dietro le mie spalle poi racconta e spiegami tutto questo tempo nuovo che arriva con te.
Mi vedi pulito pettinato ho proprio l'aria di un campo rifiorito e tu sei il genio scaltro della bellezza che il tempo non sfiora ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi sul ciglio del prato di cicale con l'orchestra che suona fili d'erba e fisarmoniche (ti dico).
Bella, che ci importa del mondo.
Stancami e parlami abbracciami fruga dentro le mie tasche poi perdonami sorridi guarda questo tempo che arriva con te guarda quanto tempo arriva con te.
Non voglio scrivere nulla di mio sulla giornata di ieri (Festa diocesana dei giovanissimi). E' enorme la gratitudine che porto dentro. Un "Grazie a tutti" lo sento quasi riduttivo. Grazie a ciascuno va un po' meglio, ma sarebbe solo un piccolo anticipo della gratitudine che porto dentro. Le cose che seguono le dedico a chi condivide con me il tempo della semina e dell'impegno, della salita e della speranza. Per il resto, va bene così...senza parole.
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». (Luca 17, 10)
Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. (Salmo 127)
La fatica di tirare la carretta
Nella nostra attività, abbiamo bisogno di un risultato concreto, almeno parziale, per avere la forza di andare avanti, altrimenti non dico al primo insuccesso, ma al primo attendere prolungato del successo, ci scoraggiamo, diciamo che tutto va male, che non vale la pena, che bisogna cercare formule nuove. In sostanza non abbiamo pazienza. E proprio per questo la nostra azione è sterile e spesso inconcludente: noi non lavoriamo per un piano a largo respiro come è quello della Provvidenza che ha come metro di paragone per i suoi tronfi l’eternità: noi lavoriamo per il successo di oggi, vogliamo vedere il futuro del nostro lavoro, vogliamo essere insieme coloro che seminano e coloro che mietono, senza far bene quindi né una cosa né l’altra.
Non sappiamo più fare, cioè, le piccole cose, il lavoro seccante, quotidiano, nascosto, così poco eroico e così monotono anche. E così succede che noi facciamo, ogni tanto, quando un’idea ci entusiasma, quando un programma ci si rivela in tutta la sua attuale bellezza, dei grandiosi propositi di generosità, di fedeltà, di attività, ma subito poi ci ammosciamo appena ci accorgiamo che è necessaria un’azione lunga, paziente, di cui forse non vedremo i risultati.
È anche per questo, credo, che non sappiamo studiare. Lo studio è una cosa paziente, che non finisce mai, che prima di dare dei risultati richiede una applicazione lunga e costante che superi l’antipatia per una cosa astrusa che pure è necessario assimilare, che accetti il lavoro umile di prendere note e appunti, di cercare e di attendere i libri nelle biblioteche, di ritornare, quando è necessario, indietro, per chiarire un punto rimasto oscuro. C’è una soddisfazione, certo, nello studio. Ma prima di diventare, attraverso lo studio, l’uomo-guida, lo scienziato, l’«eroe», ci vuole troppo tempo e troppa pazienza. Per questo lo studio, anche fra gli studenti universitari, diventa un po’ la cenerentola delle varie attività.
E’ certo che in tutto questo influisce la vita certamente troppo intensa che noi viviamo, la necessità di occuparsi di molte cose, la richiesta che da ogni parte ci vien fatta d’energie giovani. E non voglio dire che queste cose non si debbano fare. Certamente il periodo in cui viviamo è un periodo singolare, in cui noi dobbiamo impegnarci in pieno. Ma bisogna che ci ricordiamo che questo impegno non è solo a fare cose grandi (e facciamole certo, se ci è possibile) ma è anche a fare quotidianamente quelle piccole cose che preparano la via del Signore. E ricordiamoci, nei momenti di entusiasmo quando facciamo dei propositi generosi, di promettere la costanza e la pazienza nel lavoro più monotono e nascosto.
Vittorio Bachelet, La fatica di tirare la carretta, Ricerca 20 Agosto 1947, in Gli ideali che non tramontano, Editrice AVE 1992
E' la vita che accade E' la cura del tempo E' una grande possibilità Non è una sfida Non è una rivalsa Non è la finzione di essere meglio Non è la vittoria l'applauso del mondo di ciò che succede il senso profondo (Niccolò Fabi, E' non è, La cura del tempo) Da due giorni in dipartimento (Cubo 0b) non soffriamo più la solitudine, dopo aver passato interi pezzi di estate nel silenzio. Sono ripresi i corsi e sotto la mia finestra c'è sempre una "fiera"! La pace sembra finita, come i parcheggi, e non importa. E' bello sentire uno chiedere a un altro: "scusa, ma dov'è la consolidata 2?"; "è qui il corso di statistica?"; "il professore oggi non arriva"...e poi...sentire persone che si presentano, dirsi i nomi e le provenienze. Quest'anno ci sono un po' di persone che conosco al primo anno di studi. Mi riempie di gioia il loro entusiasmo, e in quei "a me piace", "troppo bella l'università", "noi puntiamo al massimo" c'è tutta l'energia che serve a una partenza. C'è un sorriso in risposta a una cosa nuova. C'è il filo della speranza che lega presente e futuro. Ed è inevitabile fare un tuffo in qualche anno indietro e fare un giro tra i ricordi. Mi sono chiesto, se una persona per le scale invece di chiedermi dov'è il cubo 1b mi chiedesse: "scusa, sono del primo anno...ma cosa mi aspetta?". Io cosa risponderei? Forse le direi che io ho avuto a che fare con la simpatia e l'antipatia. La simpatia di molti colleghi, e la "simpatia" di certe materie con le quali ti senti subito in sintonia! Con l'antipatia di tanta gente arrogante e l'antipatia di certe materie che proprio non ti vanno giù...che proprio non parlano il tuo linguaggio. E pensavo che forse avere buone relazioni aiuta nello studio, e studiare bene aiuta ad avere buone relazioni. Non è sempre così, e non per tutti è così. Ma a volte succede. Del resto, studiare è entrare in relazione con il tempo e le idee di altra gente. Entrare in relazione con altre vite, o attraverso i libri o nelle aule (e nei bar!), è entrare in relazione con il mistero di quelle vite. Studiare può arricchire quando forma all'accoglienza e all'ascolto. Studiare può impoverire quando fa crescere in noi la superbia e la presunzione di essere "esperti". Studiare può arricchire quando fai esperienza della ricerca della verità. Studiare può impoverire quando fai esperienza di ricerca del potere e del primato. Studiare può arricchire quando cerchi la rima tra studio e carità, tra studio e amore. Studiare può impoverire quando cerchi di primeggiare senza scrupoli. Studiare può arricchire quando condividi e inviti a condividere il tuo sapere. Studiare può impoverire quando l'altro è un tuo avversario. Studiare può arricchire quando guardi ciò che hai davanti con un sorriso e la speranza, nonostante la fatica. Studiare può arricchire...
Auguri di cuore per questo tempo splendido: il tempo dell'inizio!
Madre Teresa diceva: Io non sono che una piccola matita nelle mani di Dio. Con la mia matita Dio sta disegnando qualcosa nella vita di chi mi sta accanto, ancora non capisco cosa e spesso mi metto io a fare scarabocchi rovinando un po' il disegno. Con la tua matita sta disegnando stelle, alzo gli occhi al cielo e le guardo quando quaggiù perdo la bussola, quando le mappe non funzionano. Ancora non capisco proprio quelle stelle, perchè sono disegnate con la tua matita? Ma a volte ho l'impressione che mi indichino la rotta, quella giusta. Stelle silenziose nel cielo, di fronte alle nostre domande non parli ma rispondi. E noi qui invece parliamo tanto, senza mai rispondere davvero. E' questione di alfabeti diversi? non imparo ancora, ma intuisco. Si fa fatica, e lo vedi pure tu. Come barche nella notte andiamo, cercando le profondità, più spesso restiamo arenati. Ma per le profondità siamo fatti, e tu lì ci stai aspettando.
Mi sono chiesto chilometri di pensieri guardando quelle stelle disegnate con te, cercando il senso e la direzione di questo navigare e del tuo precederci. Ho visto e conosciuto tanti su questa stessa barca, in questa stessa notte. Parliamo della rotta, del mare, delle soste, del vento che spinge e della paura che frena, della manutenzione della barca, di questo distratto e sincero prendersi cura gli uni degli altri. Siamo in tanti aggrappati a una corda sul ponte, e troppo saldi sono alcuni nodi. A proposito, ho scoperto che in ebraico dire "speranza" è come dire "corda". E piano sto scoprendo pure il perchè. Siamo in tanti: c'è chi è più affaccendato, chi è più affannato, chi sorride, chi sta in un angolo in silenzio, c'è chi si chiede se questo è un naufragio, c'è chi aspetta il grido "terra!". Mi guardo intorno e guardo il cielo e quelle stelle. Ma che cosa costa volersi bene? Eppure sembra la cosa più costosa. Costa davvero tanto? Se capissimo che i nostri sono viaggi di sola andata non perderemmo per strada pezzi preziosi. Non perderemmo tempo in paure ed egoismi. Anzi viaggeremmo con bagagli molto più leggeri ed essenziali. Forse se avessimo un po' di fede viaggeremmo senza alcun bagaglio. E' proprio vero che non servono?
Sai, ho piantato un seme nel terreno. Ho provato a prendermene cura, certo facendo degli errori (come puoi immaginare!). Avere cura...innaffiare, riscaldare, rinfrescare, ravvivare, accogliere. Sognavo di vederlo crescere. Senza illudermi che avesse mai riempito la distanza tra il cielo e la terra, avrei solo gustato la gioia di tendere verso l'alto e avere le radici. Avrei visto passare attraverso quei fragili rami le stagioni. Ho provato a piantarlo nel posto che credevo speciale e prezioso. Lo immaginavo come il mandorlo, l'albero dell'attenzione: quello che è il primo a fiorire all'arrivo della primavera. Conosci bene la mia distrazione, sognavo di poter imparare tanto da quel mandorlo. Ora guardo quel terreno, e sembra muto, sterile. Che fine avrà fatto quel seme piantato? Guardo quel terreno e penso che s'è perduto forse tra i rovi, forse è soffocato. Altre volte lo immagino mentre in silenzio cresce al contrario, non verso l'alto, ma in giù proprio verso le profondità. Intanto sto in silenzio, preparo nuova terra, forse un solco nuovo ("chi mette mano all'aratro non si volta indietro"). O forse ho solo voglia di riposare in silenzio, sul ponte di questa barca su un'amaca fatta di preghiere, ascoltando i segni e lasciandomi cullare da un po' di mare.
Oggi la mia stanza sembra un cantiere. Provo a mettere ordine, anche se è un concetto che non mi appartiene. Fogli, appunti, libri, musica, film, giornali, scontrini, due semi di girasole (!!!). ci sono cose che non riescono a stare al proprio posto, e ci sono cose a cui un posto non lo hai mai dato. L'ordine non mi appartiene, ritengo sia limitante. Ma il disordine è soffocante quando prende il sopravvento: allora meglio ripulire un po'!
E oggi ho imparato la bellezza di scartare un regalo piano piano. Ho sempre avuto la certezza di essere circondato da persone speciali. In questi ultimi giorni, in particolare, c'è una persona che mi sta accompagnando: è un regalo averla conosciuta; è un regalo la sua delicatezza; è un regalo la sua compagnia e i suoi consigli; è un regalo che è arrivato pochi mesi fa, ma sembra che siamo cresciuti insieme!
Avrai capito che sto parlando di te...ti ringrazio davanti a tutti della serenità che mi trasmetti, della vicinanza che mi dimostri, dell'amicizia che stiamo guardando fiorire. Ascoltarsi è il primo passo dell'accoglienza. Ti ringrazio. Lo faccio dedicandoti questa canzone, Costruire di Niccolò Fabi: è un augurio per tutte le cose che inizi e per quelle che stai costruendo, silenziosamente!
Quello del "cambiamento" è un pensiero che mi accompagna sempre (nello studio e nella vita privata). Abitare - Habitus - Abitudine - Abito...ci rivestiamo di cosa? Oppure...di cosa ci lasciamo rivestire? E, soprattutto, da chi ci lasciamo rivestire? Credo che questi momenti di crescita e cambiamento sono una splendida lotta tra noi e Dio: come i bambini che resistono al genitore mentre li "cambia", mentre gli mette vistiti nuovi si impuntano, gridano, resistono. Così siamo noi. Siamo Giacobbe che lotta con l'Angelo di Dio (Genesi 32, 23-33) , per essere infine benedetti. Certo, dovremmo imparare da Maria che allo stesso Angelo rispose con un Sì (Luca 1,26-38) . Insomma...siamo dei bambini: piccoli lottatori, resistenti al cambiamento; e tutti dovremmo andare a scuola di povertà, dalla mamma di Gesù. La strada è lunga, è appena iniziata ed è piena di domande (= vocazioni), non di risposte. Ma tutto questo è molto concreto. "Mettiamo insieme" tutte le cose che succedono, come faceva Maria: il "filo" (o la corda) che le unisce è la nostra Speranza.