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giovedì 5 febbraio 2009

Abitare

Abita la terra e vivi con fede (Salmo 37, 3).
Abito in Calabria, una terra che frana.
Anche il terreno è stanco, schiacciato, impoverito. Anche la terra non ce la fa più e cede. L'hanno scavata, spogliata, stuprata. Ora cede, come ha ceduto tante altre volte. Ora si fa sentire di più, come un movimento sociale. Forse, visto che gli abitanti non si ribellano ci sta pensando lei. Abito in Calabria, molto più difficile abitare la Calabria: lo stato d'animo è come il terreno, frana e cede sotto il peso del potere, delle ingiustizie, delle mafie. Abitare la Calabria, assediata e occupata da una classe politica sempre uguale, nelle facce e nei sistemi; assediata e occupata dalla criminalità organizzata, radicata e collegata.

Vivo in Italia, un Paese razzista. Un Paese in cui spesso è la vergogna il sentimento che ci accompagna. L'ultima vergogna questa mattina in Parlamento.
Abitare l'Italia, intrisa di veleni, di egoismi, di bugie.

Vivere con fede. Qua si apre lo spazio per la meditazione, per il silenzio, per la ricerca silenziosa e seria di un Senso.
Vivere con fede in questa Calabria, in questa Italia. Che significa? Più mi guardo intorno, più mi guardo dentro...più questo Salmo mi scuote.

sabato 17 maggio 2008

il nome delle cose




Riscrivo dopo una lunga pausa durata più di un mese. Nel mentre ho preso un aereo, sono atterrato a Londra e ora per qualche mese vivrò in Inghilterra, nel Kent, a Canterbury.


Un esercizio che amo è leggere la mia Italia attraverso i giornali inglesi. E' come se da qui riuscissi a leggere le cose scritte con il loro nome. Senza tanti giri di parole, senza tanta ipocrisia nostrana, senza il filtro della TV. Ne sono successe di cose in questo mese...ma ora questa storia del "problema Rom" è davvero troppo.
I Rom sembrano diventati la causa di tutti i nostri mali. Gli zingari sono il nemico numero uno da combattere, servono alleati! Come se tolti gli zingari il degrado urbano delle periferie scomparisse come per miracolo. Tolti gli zingari le città sarebbero più sicure. Mi fa paura questo clima di paura. Davvero in questi giorni vedo andare in fumo tanto impegno, tanto sforzo anche educativo e formativo. L'accoglienza dell'altro, credere nei ponti e non nei muri...e tanti altri discorsi..in fumo. Come il campo rom bruciato qualche giorno fa.
Leggete cosa c'era scritto in una circolare del 1940 del Ministero degli Interni inviata a tutte le prefetture. Si parla di zingari: "perché essi commettono talvolta delitti gravi per natura intrinseca et modalità organizzazione et esecuzione... est indispensabile che tutti zingari siano controllati" (fonte ANP).
Dopo tanti anni la musica quantomeno si assomiglia. Angosciante.
Pensare che i Rom siano dediti alla delinquenza "per natura intrinseca" (o come si dice in giro, "per cultura") è razzismo. E non ci sono scuse. Pensare che i problemi si risolvano sputando veleno su un capro espiatorio é una storia vecchia quanto l'uomo: è illusione, e dopo un po' diventa nazifascismo.
Chiamare le cose con il proprio nome è il primo gesto che possiamo fare per resistere a questa ondata di paura. Chiamare "razzista" chi usa certi argomenti, e spiegargli il perché, diventa sempre più un dovere. Riprendere un libro di storia del '900 e leggerlo insieme a un adolescente diventa sempre più un gesto di "carità politica". Riprendere quello stesso libro e leggerlo insieme a qualche adulto buonista e razzista è un gesto di giustizia (verso l'adulto e verso gli zingari). Provare a spiegare che questi stessi Rom sotto il nazifascismo sono stati perseguitati con le stesse motivazioni di sicurezza pubblica che oggi ascoltiamo, è un dovere.
Siamo ormai inzuppati di paure. Sempre più collettivamente paranoici. Sempre più smemorati. E per tutte queste cose sempre più "post-democratici".
Tutti affascinati da argomenti moral-populisti (il politico parassita, il dirigente comunale che prende stipendi alti, gli sprechi della pubblica amministrazione, ecc...) abbiamo chiuso gli occhi su un'urgenza che diventa sempre più emergenza: l'assenza di coscienza politica. Quando riprenderemo a raccontarci gli uni gli altri il senso di stare insieme in una società? Quando ci accorgeremo che un discorso razzista verso gli stranieri è altrettanto grave quanto gli sprechi nella pubblica amministrazione? Certo i gradi di responsabilità sono diversi, ma questo non vuol dire che possiamo passarci sopra. Una sera un adolescente di un gruppo di Azione Cattolica mi disse: "io amo le teorie della destra". Io gli risposi: "cos'è una teoria?". Lui non sapeva rispondermi. E io: "allora fammi esempio di teoria di destra". E lui: "per esempio, sparare agli immigrati prima che loro ammazzino noi, perché sono pericolosi". Io ho provato a spiegargli che un immigrato casomai è pericoloso in quanto delinquente, non in quanto straniero, e di delinquenti italiani siamo pieni e non sono meno pericolosi. Sarei stato tutta la sera a parlare con quel ragazzo, ma poi si è avvicinata l'educatrice del gruppo dicendo (a lui) che lì di politica non si doveva parlare e doveva smetterla. Non ho risposto a tono per educazione. Ma se un'associazione che ha come propria vocazione la "formazione" (umana e cristiana) lascia un adolescente in balìa del primo naziskin che incontra a scuola...che speranze possiamo avere?
E' vero quello che scrive il Manifesto: siamo un paese che fa la ronda. Un paese in preda al panico. Un paese in cerca del capro espiatorio. Ronde contro i campi Rom, ronde contro i viados, ronde contro chiunque sia diverso. E' il senso di oppressione che sentiamo, che deve sfogato verso chi è più debole di noi, diventando anche noi dei piccoli o grandi oppressori. I Rom sono un pericolo il nemico numero uno, e dimentichiamo le mafie, i senza diritti sul lavoro, ecc. Comodo così, sparare sul più debole.
A chi mi conosce dico di non offendersi se da oggi in poi userò molto di più la parola "razzista", senza offesa per nessuno ma voglio chiamarli per nome.

venerdì 7 marzo 2008

Persepolis (o riflessioni sul "ridurre danneggiando progressivamente")



In un cinema della mia città alle 16 di un pomeriggio infrasettimanale sono andato a vedere un film bellissimo: Persepolis. Un film di animazione sulla storia recente dell'Iran. Non scriverò una recensione, non ne sarei capace.
Sfoglio il "calendario eventi" di questa settimana, e tra le tante proposte per questo sabato 8 marzo leggo: "Serata Top secret dedicata alle donne"; in una discoteca poi si "festeggerà" con un gruppo di spogliarellisti, e la lista continua. E' il business del divertimento, vero. E' il consumismo, baby! Mi pare però che ciò che più è "consumato" (nel senso di "ridurre danneggiando progressivamente") è la memoria. Siamo smemorati. La smemoratezza rende l'8 marzo una "festa", con le mimose e gli spogliarelli per celebrare chissà che cosa e chissà chi. Una specie di concessione maschilista, una volta l'anno facciamo finta che siamo sullo stesso piano.
Lo stesso è per i candidati, che possono dire tutto e il giorno dopo l'esatto contrario.
Lo stesso è per le leggi: senza memoria, per esempio, quello che era una conquista per contrastare tanti abusi e regolare delle sofferenze, oggi sembra essere un capriccio. E a volte rischia di esserlo davvero.
La smemoratezza ci frammenta e ci frantuma. Senza memoria, dunque, non si può essere "integri e coerenti" (chi ha visto o vedrà il film capirà perché uso questi due aggettivi). Senza memoria non c'è coscienza di sé e non c'è coscienza politica.
L'8 marzo è un sabato. Se volete fare (o farvi) un bel regalo andate a vedere Persepolis. E' un'occasione, per quelli come noi cresciuti in tempi di pace e di libertà. Un'occasione per ricordarci che senza memoria la libertà la stiamo "consumando" (nel senso di "ridurre danneggiando progressivamente").

lunedì 3 marzo 2008

sarà una colata che vi seppellirà

Abito a Rende (provincia di Cosenza), circondato da cemento che cola, interessi di costruttori, amministratori locali, e un piano regolatore che non regola un bel niente. In attesa di scrivere qualcosa in più su questo, facciamoci due risate -tra il dolce e l'amaro vista la poca distanza con la realtà calabrese- con l'ecomostro di Cetto La Qualunque.

domenica 11 novembre 2007

Beppe e Sara


Roma, 10 novembre 2007. Ecco il testo del mio "intervento-domanda" prima della ministra Melandri. Oltre a me (Giovani e partecipazione politica) sono intervenuti a stuzzicare il ministro: Paola (Giovani e futuro) e Valentina, per telefono (Giovani e mondo del lavoro).

Sara ha 23 anni, studia economia e fa parte di due associazioni; fa volontariato nella periferia della sua città. Ha partecipato attivamente a molte manifestazioni per la pace e per i diritti, è stata a Genova nel 2001. Quando le hanno chiesto di “partecipare” alla “giovanile” di un partito ha risposto che gli spazi di speranza per la sua città e per la sua terra oggi stanno altrove.
Beppe ha 23 anni, studia ingegneria e lavora in un call center. Il suo tempo libero è per lo svago, la sera è fatta per i locali più “in”, e veste solo di tendenza. Quando gli hanno chiesto di “partecipare” a una iniziativa di un partito politico ha risposto che i politici “fanno solo promesse che non mantengono” e “curano solo i propri interessi”.

La partecipazione politica dei giovani oggi ha diversi volti. C'è il volto del “silenzio” di Beppe, e quello della “responsabilità” di Sara. Tutti sotto l'unico ombrello del “disincanto”. Il potere politico è riconosciuto come operante, e le sue azioni si sa che hanno ripercussioni sulla nostra vita e sui nostri desideri futuri (e ci chiediamo: quando ci verrà restituito il diritto a un “progetto”?).
Il potere politico, in quanto relazione asimmetrica, oggi è riconosciuto. Non gli si chiede di scomparire, e anche la cosiddetta “anti-politica” fa i conti con esso e chiede e grida che una certa classe politica si “faccia da parte”. Farsi da parte, per lasciare quella parte libera. Quei movimenti, a cui tanto è vicina Sara, fanno i conti con esso, e al potere politico chiedono responsabilità. Al potere (politico, economico, finanziario) si chiede si essere visibile, perché un potere nascosto (occulto) non è responsabile. Così come un potere che non si lascia comprendere, sia per il vocabolario che utilizza sia per le dinamiche che vive, non è un potere responsabile, perché nasconde e occulta i suoi “codici” di funzionamento. Lo stesso vale per una politica “distante dalla gente”, essa non è responsabile perché con essa non possiamo misurarci. Sara sceglie così dire la propria in uno spazio pubblico, in una piazza o in un quartiere periferico con la testimonianza e il suo tempo.
C'è poi il silenzio di Beppe. Che è la scelta di tanti. Attenzione, non confondiamo il silenzio con il rifiuto. Se Beppe fosse un ragazzo che vive in Calabria, saprebbe bene che rivolgendosi al tale assessore (regionale se possibile) potrà ottenere quel diritto (un contratto di lavoro di sei mesi, rinnovabile casomai) che al Sud ha ormai preso il nome di “favore”. Beppe così ha riconosciuto il potere. Non è indifferente, tutt'altro. Sceglie il silenzio: la provvisorietà del suo lavoro, dei suoi interessi e delle sue emozioni non è ricomposta, è frammentata. Il motto “cosi fanno tutti”, il “pubblico silenzio” di Beppe, è un'altra faccia dello stesso “disincanto” che porta Sara a manifestare in piazza. In quel silenzio ci sono domande mute, e come tutte le domande hanno una loro dignità, anche quel silenzio ha una sua dignità.
Sara e Beppe, stanno sotto lo stesso ombrello del disincanto, chiedono alla politica responsabilità, ovvero di uscire allo scoperto. E stufi prendono un telecomando e spengono la TV dove è in onda “Il treno dei desideri”. Ridate a Sara e Beppe il diritto a un progetto, e non un “treno dei desideri”. Restituito questo diritto a un progetto, Sara e Beppe non staranno più sotto un ombrello. Ma insieme vi darete appuntamento sotto uno stesso portico per discutere e disegnare insieme dei motivi nuovi per stare in una stessa società, sotto lo stesso portico.

Piccola nota...
Nel pensare questo intervento ho fatto riferimento a:
La mia esperienza
A. Melucci, L'invenzione del presente, Il Mulino 1992
Bontempi M., Pocaterra R., I figli del disincanto. Giovani e partecipazione politica in Europa, Mondadori Bruno 2007
Albert O. Hirschman, Exit, Voice, and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations, and States, Harvard University Press, 1970
F. Vaccari, Portici, AVE 2007

lunedì 15 ottobre 2007

Primarie in Calabria. Tutto torna...come prima!

Grande gioia c'è nell'aria per il successo delle primarie del Partito Democratico. Si inneggia alla novità, al cambiamento e alla buona politica. A sentire i leader nazionali quasi quasi verrebbe da crederci. [Link]
Per Dario Franceschini, capogruppo dell'Ulivo alla camera: "più passano le ore più si capisce che è stata veramente una rivoluzione, una rivoluzione pacifica, operosa di centinaia di migliaia di italiani che hanno chiesto alla politica di cambiare fino in fondo, con coraggio, con determinazione".
Il grande vincitore, Walter Veltroni, afferma che il PD sarà "un partito che raccoglie la sfida di rinnovare la politica" [Link]
Tanti sono i comunicati, le frasi. Com'è giusto che sia, è un un giorno di festa perchè nasce qualcosa.

Come sempre, però, la realtà è meno romantica e meno fiabesca di tutto questo giubilo. Almeno in Calabria.
Minniti, segretario regionale del Partito Democratico, dice: "Una bella giornata per la democrazia calabrese" [Link].

Vediamo i "frutti" di questa bella giornata a Cosenza e Rende, zone in cui io vivo e di cui posso parlare:

Collegio Cosenza - Nazionale
A sinistra per Veltroni 682
Con Veltroni Ambiente 295
Democratici con Veltroni 2454
Democratici riformisti 948
Democratici Letta 363
Democratici Rosy Bindi 733

Collegio Rende - Nazionale
Generazione U 72
A sinistra con Veltroni 113
Ambiente innovazione 176
Democratici con Veltroni 592
Democratici Riformisti 1561
Democratici Letta 251
Rosy Bindi 340

[Link NB I dati fanno riferimento solo alle sezioni dei comuni di Cosenza e Rende, e non ai collegi per intero]

A Cosenza sembra chiara la vittoria dei Democratici con Veltroni (2454 voti, con uno scarto immportante rispetto alla seconda arrivata); a Rende stravince la lista Democratici riformisti (1561 voti, anche qui lo scarto con la seconda è consistente).
A Cosenza la lista Democratici con Veltroni è la seguente [Link]:
1. Nicola Adamo
2. Maria Francesca Corigliano
3. Salvatore Perugini
4. Giovanna Tartoni

A Rende la lista Democratici riformisti è questa [Link, non è stato facile trovarlo: sono così riformisti che non hanno nemmeno un sito internet]
1 Principe Sandro
2 Covello Stefania
3 Ferraro Vincenzo
4 Fabiano Delly
5 Muto Alfredo
6 Rossi Margherita.

Per chi conosce un po' di nomi della politica calabrese e cosentina, già questo basterebbe a capire che in tutta questa vicenda non c'è un briciolo di novità. A Cosenza vince Adamo & Co.; a Rende vince Principe & Co(vello). E a questi nomi se ne aggiungano molti altri in altre zone della regione. Tutto torna, come prima. Che grande novità! La bella giornata per la democrazia e per la Calabria, dalle mie parti, è stata segnata da file incredibili di persone determinate a votare fino all'ultimo minuto. Quanto amore per il Partito Democratico! Verrebbe da dire. Ma quello che si vede, da queste parti, non è mai la verità. La verità sta nel clientelismo che ha mobilitato tanta gente; nelle promesse al confine con le minacce che molti hanno ricevuto; nel blocco totale del cambiamento; la verità sta nella famosa frase del Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.
Non c'è niente da festeggiare se miei coetanei sono andati a votare non per libertà, ma per forza maggiore (perchè la promessa di un "posto di lavoro" o di qualche misero vantaggio qui è una catena). Molti alla primarie non sono andati a votare, si sono solo messi in fila. E' cosa diversa. Parliamo chiaro. Diciamo la verità.
Mi spiace per chi con passione e onestà ha deciso di candidarsi, si aspettavano il mio sostegno. Non sono andato a votare. A loro dico di uscirne, perchè è tutto bloccato, e per non essere "complici". E poi perchè le logiche del "a buon rendere" contagiano pericolosamente. La speranza sta in altri spazi.

Non c'è niente da festeggiare. Io non festeggio. Festeggino altri, in altre regioni magari. In molte file ieri s'è scritta un'altra pagina triste di questa terra.

mercoledì 26 settembre 2007

non violenti

Li stiamo vedendo in questi giorni protestare. Monaci buddisti. Il 18 settembre hanno marciato pregando, silenziosamente, per le vie di Yangun. Silenziosamente loro, distrattamente noi forse non avevamo capito la portata di quella protesta nobile e non violenta.
In queste ore sono sulle prime pagine dei giornali e dei TG. Ventimila monaci alla testa del corteo e passando per le vie della città il corteo è diventato di centomila persone. Il regime risponde con un coprifuoco, poi stamattina i militari iniziano a picchiare e sparare.
Proviamo a non lasciarli soli, almeno con la nostra attenzione.
La non violenza non è questione archiviata, è ancora viva in chi, come questi monaci, possiede una grande levatura morale.
L'esatto contrario del baratro (morale e intellettivo) che vedremo in Rambo IV, ambientato proprio in quella regione.

Riporto la scheda del conflitto in ex Birmania, da Peacereporter.net (essenziale per chi vuole restare informato su ciò che succede nel mondo; trovate anche la diretta di queste proteste)

Birmania (Myanmar)
Scheda Conflitto



PARTI IN CONFLITTO
1948-OGGI: il conflitto vede il governo militare del paese contro diversi movimenti armati separatisti: tra questi quelli che combattono attivamente sono l’Unione Nazionale Karen (KNU), l’Esercito dello Stato di Shan (SSA) e il Partito Progressista Nazionale Karenni (KNPP). Differentemente hanno firmato un cessate il fuoco col governo l’Organizzazione per l’Indipendenza Kachin (KIO), l’Esercito di Stato Unito Wa (UWSA), l’Alleanza Nazionale Democratica del Myanmar e la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL). Le minoranze etniche nel Myanmar sono oltre 35. Il paese è guidato dal 1948, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, da una giunta militare che reprime le libertà fondamentali della popolazione e deporta i civili di origine diversa da quella birmana.

VITTIME
Il divieto d’accesso nelle zone di conflitto, note anche come “black area”, rende impossibile determinare con certezza il numero delle vittime. Si stima, comunque, che siano almeno 30 mila i morti tra la sola popolazione Karen dall’inizio del conflitto.

RISORSE CONTESE
Il Myanmar è il secondo produttore di oppio al mondo dopo l’Afghanistan, con più di 60 mila ettari di piantagioni di papavero.

FORNITURA ARMAMENTI
La Cina, insieme a Singapore, ha venduto armi al regime militare al governo, ma negli ultimi anni ha iniziato a temere le connessioni tra i cartelli criminali birmani e le mafie cinesi. Negli ultimi mesi i signori della guerra e della droga avrebbero ripiegato aprendo una rete clandestina di trasporto d’armi dalla Russia e dall’Europa Orientale. Il governo militare accusa la Thailandia di sostenere i gruppi ribelli. Tutte le parti in lotta si finanziano con i proventi della vendita di eroina.

martedì 18 settembre 2007

Uno schiaffo al Palazzo




In questi giorni sono ospite del sito dell'Azione Cattolica Italiana, nella sezione "Fatto del giorno".

Uno schiaffo al Palazzo

Clicca sul link, leggi e fammi sapere!

sabato 25 agosto 2007

Rambo, an instrument of peace?



Un gruppo di missionari cristiani ha bisogno di aiuto per raggiungere il Myanmar (ex Birmania), regione in cui devono portare soccorso ai villaggi della minoranza Karen, copliti dal regime militare birmano. Fin qui ci sarebbe da plaudire a un film che porterebbe all'attenzione di un grandissimo pubblico la tragedia dei Karen e di altre minoranze perseguitate in quella regione.
Ora se avete tre minuti guardate il trailer di questo Rambo IV.
John Rambo vive a Bangkok, dove lavora come fabbro e conduce una vita tranquilla. John Rambo è un ex marine reduce del Vietnam. Gli viene chiesto aiuto dal gruppo di missionari di cui sopra. Il trailer è chiaro: quella zona è molto pericolosa, e nella prima parte sottolinea l'insistenza dei missionari e i soprusi del regime nei villaggi.
A metà arriva il bello, anzi il brutto, l'orrendo.
Intorno al primo minuto, John Rambo tiene tra le mani una croce, come se stesse pregando: deve rispondere a una chiamata. Deve prendere un decisione.
Inizia la voce di un religioso:
"Lord, make me your instrument of peace;
where there is hatred, let me love;
where there is darkness, light;
for it is in giving that we receive,
it is in pardoning we are pardoned,
and it is in dying that we are born to eternal life...
"
E' proprio la preghiera semplice di San Francesco.
Da qui il cambiamento, la scelta!
Il passaggio logico è chiaro: John Rambo accetta...di diventare strumento! Ma strumento di cosa? Le scene che seguono non lasciano dubbi: John è intento a sgozzare, incendiare, accoltellare. Scorrono fiumi di sangue e violenza. Siamo di fronte a un macellaio giustiziere, più vicino a Jack lo squartatore che a un cristiano ispirato da San Francesco.

L'accostamento con la preghiera di San Francesco è quanto meno offensivo. Se poi pensiamo che nella costruzione del trailer essa è decisiva, l'indignazione aumenta. E anche la preoccupazione: il bene e il male dove stanno? Qui la giustizia è violenza allo stato puro. Qui la giustizia è vendetta. Qui ci si sente chiamati, investiti di una "missione" violenta.
Se il pubblico occidentale è ormai in preda a paranoia collettiva, almeno - vi prego - non nominiamo il nome di Dio invano. Dio non è questo, c'ha lasciato detto ben altro. Cristo ha testimoniato ben altro.

Non posso che ritenere il signor Stallone, il regista e tutta la produzione un branco di imbecilli ciarlatani. Il film uscirà nel febbraio 2008, sono curioso di sapere a quanti altri imbecilli questo film piacerà. Del resto, chi si somiglia si piglia.

PS
visto che ci siamo vi invito ad approfondire la questione dei Karen e dell'ex Birmania, almeno parlare di questo film a qualcosa sarà servito:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_mappamondo.php?idc=8&idm=2&menu_aree=74
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=36&ida=&idt=&idart=5033

lunedì 4 giugno 2007

l'insonnne che vi salva




questi sono gli effetti del centro sinistra:
si nazionalizza l'energia elettrica,
si sgretolano le famiglie...

Se non ci fosse il video a testimoniarlo direi che questa frase è la citazione di un articolo scritto da un sostenitore del Family Day, oppure la trascrizione di una conversazione fatta in un bar.
Invece, è tratto dal un film del 1963. "Gli onorevoli" di Sergio Corbucci, famoso per il vota-antonio-vota-antonio-vota-antonio, sembra essere d'attualità.

Peccato che oggi di politici nelle fiction e nei film italiani non c'è traccia. La politica è in crisi. Sembra la scoperta di questi giorni. I giornali e gli opinionisti sono bravissimi a parlarsi addosso e a scoprire litri di acqua calda. Bastava guardare con occhio attento un Medico in famiglia oppure Incantesimo per capirlo. Nella televisione, e nel cinema, vengono raccontate narrazioni collettive: quelle che una volta erano le favole nazionali oggi sono le fiction. E proprio perchè si tende a preferire un sistema immaginario a noi familiare, le fiction e i film di maggior successo sono in qualche modo riflesso di rappresentazioni e "habitus" presenti nella società. Non è un caso allora che la politica sia scomparsa dalle narrazioni contemporanee. La politica ha i suoi spazi, ha il suo pubblico, ha il suo palinsesto, ha il suo linguaggio. Entra nelle case, ma non è familiare.

In questi giorni, dunque, si scopre che la politica è in crisi. La cosa divertente è che si parla e si scrive del "partito dell'antipolitica" che punta al potere. Riassumendo: c'è qualche antipolitico che vorrebbe diventare politico per arrivare al potere politico. Qualcosa non va. Forse l'antipolitico non è del tutto tale. E' come uno che sostiene che odia il calcio, ma vorrebbe diventare un calciatore per giocare in una squadra di calcio...e vincere il campionato!
Chi scrive di crisi della politica non ha altri modelli se non quelli istituzionalizzati. Deve per forza fare riferimento a un "partito dell'antipolitica", se no impazzisce! Chi parla dal palco della Confindustria deve avere la prospettiva del potere, se no impazzisce! Poveretti, fanno gli intellettuali e i potenti ma sono dei poveretti che ignorano, degli ignoranti.
A parte queste clamorose incongruenze, che svelano il grande bluf del giochino in atto, si può rispondere costruendo la stagione dell'anti-potere.

Chi scrive di crisi della politica oggi non sa (o forse lo sa e non vuole ammetterlo) che c'è differenza tra consenso e legittimità. Posso pure avere valanghe di voti, ma questo non dice niente sulla legittimità che mi viene accordata dai cittadini. Quando si sente parlare della scelta del "male minore" alle elezioni è proprio una crisi di legittimità che si sta comunicando. Crisi di legittimità è crisi di fiducia, è qualcosa di interiormente vissuto. Il capitale di fiducia della classe politica verso i cittadini è vicino allo zero. Ma nessuno si accorge di questo stato di indigenza. Al Sud si va tranquillamente avanti con il clientelismo di nuova generazione; al Nord si fa leva sulle tasche della gente e così, serenamente, si vivacchia. E tutti vissero Servili e contenti.

Sempre più stanchi e servili continuiamo a subire modelli che servono a riprodurre il potere dei soliti noti e notabili. Noialtri, i senza-potere non abbiamo altra soluzione che rifugiarci in qualche dolce finzione in cui la politica non crea problema, perchè semplicemente non c'è. Un sistema immaginario a noi familiare...un sistema in cui questa classe politica non c'è. Un sogno, appunto.

Italiani dormite pure,borghesi pantofolai, tanto qui c'è l'insonne che vi salva.. mentre voi dormite La Trippa lavora...

sabato 24 febbraio 2007

La trave nell'occhio del Paese

Durante la mia intensa settimana di seminari sulla metodologia della ricerca sociale (fatti insieme ai colleghi di Firenze e Perugia) è caduto il governo. Tipico caso in cui ognuno può dire la sua opinione, il proprio pronostico. Rossi e Turigliatto ormai sono sulla bocca di tutti, e certo non dormono sonni tranquilli (quantomeno per l'infinità di maledizioni di cui sono stati destinatari). Io non ho né verità, né pronostici. Ho un paio di MA che condivido con te che leggi.
MA...è possibile che nel 2007 Andreotti sia ancora determinante? E' deprimente.
MA...non è che stiamo sottovalutando la strategia di costruzione di un'area di centro, sponsorizzata e "tutorata" da Ruini&Co.?
Non affermo che ci sia stato un complotto. Possiamo però affermare che osservando la situazione dal punto di vista "centrista" le difficoltà del governo in senato in quel 21 febbraio siano state una manna dal cielo, un'occasione da non perdere. E non credo che Andreotti non se ne fosse accorto. Vedremo.

Resta il fatto che questo gran parlare, credo anche il mio su questo piccolo blog, tutte queste analisi, interviste, dichiarazioni e (tele)salotti...non vedono (e non vogliono vedere) la trave, cercando la pagliuzza più raffinata. Ma c'è la trave. Questa classe politica italiana è un peso, è una trave vecchia e piena di tarli. Riproduce meccanismi sempre uguali a se stessi, con l'obiettivo di riprodurre il proprio potere. C'è uno stacco epocale tra la popolazione e le elites politiche; nei primi del '900 non c'era il suffragio universale, ma il gap era simile. Siamo nel pieno di una crisi democratica. Nel pieno dello svuotamento della rappresentanza. Personalmente, se non vedrò segnali di serio rinnovamento non andrò a votare (né alle regionali, né alle politiche). Se non vedrò un po' di gente farsi da parte, mi farò da parte io (almeno sarà una scelta consapevole, e non subita come al solito ci capita). La più grande azione politica che possiamo fare in questi anni sarà l'impegno per la crescita delle coscienze e per la crescita della coscienza politica in tutti, insieme a tutti, nessuno escluso. E' un impegno formativo che i partiti (e le loro sezioni di base) sono incapaci (e non hanno alcuna intenzione) di fare. E' un cammino veramente popolare, di popolo, a cui mi pare abbiamo rinunciato pure noi cristiani. Con tutto il rispetto, non credo nell'impegno "diretto" dei cristiani in questo momento. Entrare per cambiare dal di dentro, si dice, come atto di responsabilità. Ma la distanza rimane, e il veleno del privatismo continua ad agire nel tessuto sociale.
Scrive Giuseppe Dossetti nel 1993:
Non vedo nascere un pensiero nuovo nè da parte laica, nè da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti. Non è catastrofica questa visione, è reale; non è pessimista, perché io so che le sorti di tutti sono nelle mani di Dio. La speranza non vien meno, la speranza che attraverso vie nuove e imprevedibili si faccia strada l'apertura a un mondo diverso, un pochino più vivibile, certamente non di potere. [...] Non cercate nella nostra generazione una risposta, noi siamo veramente solo dei sopravvissuti